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Terreni dimenticati, comunità ritrovate: l'Italia che coltiva insieme

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Terreni dimenticati, comunità ritrovate: l'Italia che coltiva insieme

C'è un angolo di Secondigliano, periferia nord di Napoli, dove fino a tre anni fa crescevano solo erbacce e rifiuti. Oggi quello stesso appezzamento è un orto urbano condiviso da quarantadue famiglie del quartiere. Si chiama Radici Comuni e ogni martedì mattina si trasforma in un piccolo mercato informale dove si scambiano zucchine, pomodori e qualche consiglio su come fare il compost in casa. Storie come questa, un tempo considerate eccezioni, stanno diventando un fenomeno diffuso in tutta la penisola.

Spazi vuoti, possibilità concrete

Secondo i dati dell'ISTAT, l'Italia conta oltre 1,2 milioni di ettari di superficie agricola abbandonata solo nelle aree periurbane. Una cifra enorme, se si pensa che buona parte di questi terreni si trova a pochi chilometri dai centri abitati, spesso già raggiunti da servizi pubblici e infrastrutture. La domanda che molte amministrazioni locali si stanno finalmente ponendo è semplice quanto rivoluzionaria: perché non restituirli alla collettività?

Il Comune di Riace, in Calabria, ha avviato nel 2022 un progetto pilota che ha coinvolto tre aree dismesse nel centro storico. Grazie a un bando regionale e alla collaborazione con l'associazione locale Terra Viva, quei terreni sono stati bonificati e assegnati a gruppi di cittadini organizzati in cooperative informali. Il risultato? Una riduzione del 18% nella spesa alimentare delle famiglie coinvolte e, soprattutto, una nuova abitudine di incontro settimanale che ha riacceso relazioni sociali quasi sopite.

La burocrazia: il primo ostacolo da dissodare

Non è tutto rose e fiori, però. Chiunque abbia provato ad avviare un progetto simile sa che il vero campo minato non è il terreno, ma la carta. Le procedure per ottenere la concessione temporanea di un'area pubblica variano enormemente da comune a comune: a Torino ci vogliono in media sei mesi, a Palermo si può arrivare a due anni. Spesso mancano figure di riferimento chiare all'interno degli enti locali, e il passaggio da un'idea entusiasmante a un progetto operativo si scontra con iter burocratici pensati per tutt'altri scopi.

Alcuni comuni virtuosi hanno iniziato a semplificare. Parma, ad esempio, ha istituito uno sportello verde dedicato proprio a raccogliere le richieste dei cittadini che vogliono adottare spazi pubblici. Milano ha introdotto i cosiddetti patti di collaborazione, strumenti giuridici flessibili che permettono ai residenti di prendersi cura di beni comuni senza dover costituire un'associazione formale. Sono modelli replicabili, e qualche regione sta già lavorando per diffonderli su scala più ampia.

Autonomia alimentare e impatto ambientale

Oltre ai benefici sociali, gli orti comunitari portano con sé un bagaglio di vantaggi ambientali tutt'altro che trascurabili. Un'area verde urbana di media dimensione — diciamo 500 metri quadri — è in grado di assorbire fino a due tonnellate di CO₂ all'anno, oltre a contribuire alla riduzione dell'effetto isola di calore nelle città. In estate, la presenza di suolo permeabile e vegetazione può abbassare la temperatura percepita di un quartiere anche di tre o quattro gradi.

E poi c'è la questione dell'autonomia alimentare, che la pandemia ha messo sotto i riflettori in modo brutale. Avere accesso diretto a una fonte di cibo fresco, a km 0 assoluto, non è solo una questione economica: è una forma di resilienza collettiva. A Brescia, il progetto OrtoCittà ha permesso a oltre duecento nuclei familiari di produrre in autonomia circa il 30% del fabbisogno di verdure stagionali. Non è l'autosufficienza totale, ma è un passo concreto verso un sistema alimentare meno fragile.

Chi lo fa davvero: tre storie da conoscere

Castelvetro di Modena ha trasformato un ex parcheggio periferico in un orto didattico aperto alle scuole elementari del territorio. I bambini imparano a riconoscere le piante, a fare compost, a capire le stagioni. E i genitori, accompagnandoli, si ritrovano a chiacchierare con vicini che non avevano mai incontrato.

Matera, da quando ha vissuto l'esperienza di Capitale Europea della Cultura nel 2019, ha mantenuto vivo uno dei progetti più interessanti nati in quell'anno: Radici Lucane, un network di orti condivisi nei Sassi e nelle zone limitrofe che oggi conta undici appezzamenti attivi e una lista d'attesa di nuovi aderenti.

Trento ha invece puntato sull'integrazione: i suoi orti comunitari sono gestiti in modo misto da anziani del quartiere e da famiglie di nuovi cittadini, creando uno scambio di saperi agronomici che va in entrambe le direzioni. Gli anziani insegnano le tecniche tradizionali trentine, i nuovi arrivati portano conoscenze di colture diverse. Il risultato è un orto che è anche un laboratorio di convivenza.

Il futuro è già sotto terra

La rigenerazione urbana dal basso non ha bisogno di grandi investimenti o di piani quinquennali. Ha bisogno di spazi, di volontà politica e di comunità disposte a sporcarsi le mani — nel senso letterale del termine. Gli orti condivisi sono forse lo strumento più diretto che abbiamo per ricucire il rapporto tra le persone e il territorio che abitano, per riportare la natura dentro la città senza filtri né mediazioni.

In un Paese che ha perso milioni di ettari di suolo agricolo negli ultimi trent'anni, scegliere di coltivare insieme uno spiazzo abbandonato è un atto politico, oltre che ecologico. È un modo di dire che il futuro del posto in cui viviamo ci riguarda, che non siamo solo spettatori ma protagonisti attivi della sua trasformazione.

E spesso, come insegnano le quarantadue famiglie di Secondigliano, basta un pomodoro per cominciare.

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